Oggi si continua spesso a parlare nei dibattiti pubblici del fatto che le famiglie italiane hanno perso potere d’acquisto rispetto a prima dell’entrata in vigore della tanto discussa nuova moneta. Come sovente accade, però, con non poche responsabilità di giornali e televisioni, i luoghi comuni tendono a diventare sensazioni, sulle cui basi però non regge talvolta la realtà.

Cerchiamo di capire allora cosa è veramente accaduto…

Che negli ultimi anni le famiglie abbiano potuto permettersi di acquistare meno beni e servizi è un dato assodato, difficilmente controvertibile, che trae la sua ragione da due ordini di motivi:

1. una crescita molto limitata dei redditi, soprattutto per certe fasce professionali. Su questo ci riserveremo in seguito di ritornare;

2. una ripresa dell’, in particolare sui beni di prima necessità e su alcuni servizi (ristorazione, trasporti, pubblica utilità, professionali, etc).

La concatenazione di questi due fattori ha generato chiaramente perdita di potere d’acquisto, che si è tradotta in tensioni sociali. Ma tutte le categorie sociali sono state interessate da questo fenomeno? La risposta è NO.

Molte analisi (in primis quelle di Bankitalia) ci dicono che quelli che in questi anni hanno più beneficiato del changeover sono stati i lavoratori autonomi, il cui reddito è aumentato 4 volte di più del tasso di crescita del reddito dei lavoratori dipendenti. E’ noto (anche al Fisco, al di là delle dichiarazioni!) che gli autonomi dispongono generalmente di una ricchezza superiore a quella dei dipendenti, permettendosi quindi un tenore di vita più elevato. Verrebbe da dire, quindi, che I SOLDI VANNO SEMPRE DOVE CI SONO!

Occorre però precisare che ci sono autonomi e autonomi e non tutti sono stati in grado di approfittare del nuovo scenario che si è venuto profilando: quelli che con tutta probabilità hanno tratto i maggiori vantaggi sono stati coloro che hanno potuto godere nel corso di questi anni di rendite di posizione (per es liberi professionisti), di situazioni di regime di monopolio (public utilities) o di oligopolio (banche e assicurazioni), i quali appunto, in virtù di questo “status”, hanno potuto agire in maniera indisturbata (o quasi) sulla propria leva dei prezzi, senza che subissero ripercussione alcuna.

Ora, se è vero che la bassa crescita dei redditi dipende da cause di natura strutturale, legate al più ampio discorso della competitività italiana, è altrettanto vero che la mancanza di concorrenza in una larga parte del settore dei servizi ha rappresentato un aspetto tutt’altro che marginale della perdita del potere d’acquisto. Ecco uno dei motivi per cui in Italia non sono più rinviabili le liberalizzazioni.

In secondo luogo, le fasce reddituali che già prima dell’avvento dell’euro erano povere, successivamente sono diventate ancor più povere, a fronte del fatto che la loro domanda di consumo ha teso ad insinuarsi prevalentemente in quei beni e servizi a più basso valore, che purtroppo sono stati quelli più interessati in questi anni dalle maggiori spinte inflazionistiche. Mi verrebbe quindi da dire, in questo caso, CORNUTI E MAZZIATI!

Questa sensazione diffusa di peggioramento della situazione, dopo l’avvento dell’euro, non sempre comprovata dalla realtà dei fatti, è appunto spiegata da questo fatto, ossia dalla crescita improvvisa e repentina di prezzi, in particolare quelli dei generi alimentari, che si è avvertita notevolmente sui bilanci delle famiglie a basso reddito.

In conclusione quindi l’avvento dell’euro qualche cambiamento l’ha apportato, aumentando la fascia di povertà (almeno quella percepita), riducendo quella che un tempo veniva chiamata la classe media, ampliando ulteriormente il divario tra e indigenti.

Continuo tuttavia a restare convinto che se l’Italia non fosse entrata nell’euro e avesse mantenuto la lira, la situazione oggi sarebbe ancora peggiore. Non si spiegherebbe altrimenti come mai nessun Paese voglia uscire dall’Unione Europea e molti spingano per entrare.

Cliccando qui potete accedere ad un utile strumentino che vi consentirà di verificare direttamente come è cambiato in questi anni il vostro potere d’acquisto (e quindi la vostra capacità di spesa).