«La caduta dell’acquisto per investimenti e il carico degli sfratti sono fenomeni collegati». Secondo Corrado Sforza Fogliani, presidente di Confedilizia, «dipendono entrambi dalla penalizzazione dell’affitto, scientificamente portata avanti, a carico peraltro della sola proprietà diffusa. La cedolare è complicata all’inverosimile e il concorso di patrimonialità e progressività porta all’esproprio surrettizio a doppio titolo».

La situazione del mercato immobiliare in Italia è così complicata come sembra?
Cominciamo dalla situazione in essere. Caratterizzata dalla caduta verticale della richiesta di immobili per investimento e dal carico degli sfratti. Due fenomeni figli della stessa madre, la penalizzazione dell’affitto, scientificamente portata avanti in questi ultimi mesi, a carico peraltro della sola proprietà diffusa. Nessuno acquista più per ritrarne un reddito, anzitutto. E poi, chi ha bisogno di vendere per pagare le tasse, cerca di vendere un immobile libero. In questa situazione, nessuno tiene più in casa un inquilino moroso anche per qualche mese, come avveniva finora.

Ma allora la cedolare non funziona?
Funziona fin troppo, per come è nata: complicata all’inverosimile, quando la sua caratteristica avrebbe dovuto essere esattamente opposta. Chi vuole optare per la cedolare, deve oggi rivolgersi ad una nostra sede, non può fare da sé. Ed anche molti professionisti lo riconoscono, e indirizzano alla più vicina sede territoriale della Confedilizia (oltre 200, in tutta Italia). La cedolare andrebbe semplificata, andrebbe ricondotta ad essere una vera e propria tassa piatta, come doveva essere. Allora, funzionerebbe ben di più, anche se quest’anno già si è notato un maggior ricorso alla cedolare rispetto all’anno sorso, quando molti hanno rimandato la scelta. La convenienza c’è nella maggior parte dei casi, proprio perché si è riusciti a tenerla indenne dalla forsennata campagna di penalizzazione dell’affitto. E poi, c’è la sua funzione di emersione del nero: i contratti nuovi al posto di contratti non regolari hanno potuto essere stipulati col nuovo anno.

In un panorama così fosco non si vedono luci?
Ce ne sono, e dobbiamo darne atto al viceministro alle Infrastrutture Mario Ciaccia. Il Piano città contenuto nel decreto sviluppo va nella direzione giusta: quella, essenzialmente, del recupero e del riutilizzo, rispetto alle . È una gran cosa, una scelta che ci voleva (magari fosse stata fatta prima…). Anche le per le ristrutturazioni sono un’altra luce, coerente con l’impostazione sostanziale del Piano città. Semmai, è incoerente con il disegno di favorire la , la pervicace politica di penalizzazione dell’affitto condotta dai responsabili delle politiche fiscali (fino a tassare le stesse spese, ridicolmente ridotte alla percentuale forfettaria 5 per cento). C’è stato, bisogna dirlo, un chiaro scollamento fra ministeri, le politiche abitative non sono state decise da chi ne ha ufficialmente la responsabilità. Ed è grave, perché le ristrutturazioni hanno sempre avuto, negli anni, questa caratteristica: quella di servire a riattare, e a rendere così affittabili, unità immobiliari tenute a disposizione solo forzatamente (a nessuno piace pagare tasse e avere un appartamento, o un negozio, vuoto).

A proposito di negozi, qual è la situazione?
È quella degli uffici. Fin che per locarli si dovrà fare applicazione di una legge – quella dell’equo canone, di più di 30 anni fa – che il premier Monti criticava già nel ‘98, non si andrà mai da nessuna parte. La normativa è tuttora da soviet, e il provvedimento sulle liberalizzazioni neanche l’ha sfiorata, ignorando ogni nostro richiamo. Industriali e commercianti soffiano sul vento della libertà solo se spira in casa d’altri. Anche qua, una parola di elogio per il viceministro Ciaccia: ma il suo tentativo in favore di una timida (e controllata) liberalizzazione è andato a vuoto, soffocato da potenti lobby interessate a far si che nulla cambi, a protezione di posizioni di rendita e a scapito delle nuove generazioni. Lo sfitto, dilaga per questo.

Una parola sulla tassazione immobiliare.
È caratterizzata, da noi, in un modo patrimoniale che non ha paragoni, perlomeno in tutta Europa. Ed è stata aggravata in modo intollerabile sulla base dell’erroneo presupposto (ormai smascherato, specie dopo i dati Eurostat) che essa fosse da noi più lieve che altrove, prima della manovra Monti di dicembre. Di fatto, si è perso ogni civile principio di collegamento col reddito (principio imposto ai politici, invece, dalla Corte costituzionale in Germania). Se a questo si aggiunge poi la constatazione che tutto ormai viene ricondotto alla progressività (a cominciare dalle addizionali), è facile concludere che la via dell’espropriazione surrettizia è trionfalmente sposata: la patrimonialità e la progressività concorrono entrambe a questo risultato, a doppio titolo. Piero Ostellino, l’ultimo vero difensore dello stato liberale, ha scritto che questo governo «si ispira ad un regime di socialismo reale». Un’affermazione che fa molto pensare, la redistribuzione dei patrimoni attraverso il fisco e la discriminazione della proprietà diffusa rispetto alle società di investimento (locupletate di agevolazioni per 500 milioni circa all’anno), sono due facce della stessa medaglia.

Però alcuni osservatori avanzano previsioni rosee.
A chi ha degli immobili da vendere, queste previsioni fanno piacere. Per adesso, si registra solo un tonfo nelle che non ha precedenti. Non parliamo dell’affitto (con i relativi effetti sociali). Il calo dei prezzi ci potrà essere solo in certi casi, quelli di chi è costretto a vendere, gli attuali sono infatti – nella generalità – prezzi incomprimibili, se non a patto di perderci. Un vero mercato si potrà avere solo quando l’imposizione fiscale, oggi smodatamente squilibrata a carico dell’immobiliare (perlomeno quello della proprietà diffusa), sarà riequilibrata. E il mercato (anche quello dell’affitto) lo fa la proprietà diffusa, non certo le società fiscalmente privilegiate.

 

fonte: opinione.it