Già ne parlammo in passato: un rilevante numero di aziende italiane delocalizza la produzione in Svizzera.
Sì, avete capito bene. Proprio in Svizzera, ossia in uno dei paesi con i maggiori livelli retributivi.
Se fosse vero lo statement per cui le imprese delocalizzano solo dove il costo del lavoro sia infimo, le aziende eviterebbero la Svizzera come la peste bubbonica.  Il fatto però é che questo slogan é certamente assai diffuso in Italia, ripetuto da un gregge di pecoroni belanti, ma totalmente infondato. I caproni non ragionano per definizione.
Il costo del lavoro non è sinonimo di quanto è corrisposto in busta paga. É la risultante di tutti i costi che gravano la produzione. E tra questi costi la parte del leone è svolta in Italia da tasse iugulatorie, esatte con la spietatezza dei pubblicani, e, massimamente, da una congerie di oneri ed adempimenti burocratici esatti da uno sterminio di burocrati e funzionari all’uopo preposti.
Facendo quattro conti della serva, conviene delocalizzare in Svizzera. Pochi leggi estremamente chiare. Fisco attento ma non inquisitorio né vessatorio. Ottime infrastrutture e contesto sociale di altrettanto ottimo livello.
Per finire, buon condimento, un’accoglienza da Papi in visita pastorale.
Adesso dovrebbe essere chiaro cosa dovrebbe cambiare in Italia per far riprendere la produzione.

Creare un’impresa nel territorio della Confederazione Elvetica definito Greater Geneva Berne area (GGBa) è facile e veloce. Il costo equo. Il tempo necessario molto ridotto. Inoltre, “i nostri incaricati saranno in grado di aiutarti a chiarire qualsiasi quesito in materia legale, fiscale, logistica e nell’ambito delle risorse umane”. Si legge sul sito della GGBa, l’agenzia governativa per lo della Svizzera occidentale nata nel 2010 con 4 milioni di franchi per migliorare l’internazionalizzazione dei Cantoni di Berna, Friburgo, Ginevra, Neuchâtel, Vallese e Vaud. In altre parole: per attrarre aziende dalle nazioni confinanti, ma anche da Usa, Brasile, Russia, India e Cina, dove è presente con la sua rete di delegati.

Le aziende si lasciano tentare, data l’offerta di incentivi reali sventagliata a mezzo di aggressive campagne pubblicitarie e ‘missioni’ oltrefrontiera. “I nostri rappresentanti vanno in Italia, spingendosi fino a Roma per sottoporre i vantaggi di un trasferimento nella Confederazione”, conferma in una intervista al quotidiano di Ginevra Le Temps il direttore della GGBa, Philippe Monnier, puntualizzando che “non saremo certo noi a distruggere il tessuto produttivo italiano”. Ai vantaggi fiscali e finanziari (basse aliquote, esenzione dalle imposte da 5 a 10 anni a seconda dei posti di lavoro creati, redditi da partecipazione esentasse, contributi per R&D, accesso facile ai ) si sommano i benefici offerti dal sistema paese, che Lorenzo Bessone, delegato per l’Italia dell’agenzia e assiduo frequentatore delle assemblee di piccoli imprenditori nell’hinterland milanese, sintetizza così: stabilità politica, sana economia, burocrazia snella, tempi rapidi di insediamento, regole chiare e certezza del diritto, eccellenti infrastrutture logistiche, multiculturalismo e multilinguismo, elevati investimenti in R&D, flessibile e altamente produttivo, pace sindacale, assenza di criminalità organizzata.

Non solo: entrano nell’elenco anche la bellezza del territorio, la qualità della vita, la collocazione in un fuso centrale rispetto alle principali borse mondiali. E poi ci sono i servizi offerti dalla struttura, con lo sportello unico cantonale che assiste gratuitamente l’imprenditore. Sirene allettanti, tanto che dal 2010 al 2011 un’ottantina di piccole e medie imprese italiane, e qualche grande nome, si sarebbero insediate nel confinante Cantone Vallese. Ma numeri certi e nomi non se ne fanno. “I contatti sono in crescita e non sono delocalizzazioni”, si limita a dire Bessone, spiegando che la Svizzera non è un Paese low-cost: a ritenere la location interessante sono aziende con attività ad alto valore aggiunto (farmaceutica, biotecnologie, robotica, Ict, automazione industriale) interessate a sviluppare la R&D e ad espandersi sui mercati mondiali.

In concorrenza con la GGBa si pone il Canton Ticino, con l’ormai ventennale progetto Copernico lanciato mediante l’Ufficio per lo sviluppo economico. Orientato verso il settore industriale e del terziario avanzato, soprattutto nei settori dell’elettronica, meccanica, metallurgia, tessile, alimentare, , logistica, life science, poggia la sua azione di marketing sull’offerta di incentivi e sgravi fiscali. Un’impostazione “superata” per Marco Passalia, della Camera di commercio cantonale (“non è tutto lì: contano la burocrazia snella, una legge doganale di facile applicazione, la posizione al cuore dell’Europa, gli accordi di libero scambio”), secondo il quale sarebbero circa 300 le imprese italiane emigrate grazie a Copernico oltrefrontiera con attività produttive, di trading e R&D in egual misura. Un fenomeno in costante crescita, stando al portale Startups.ch: nei primi 3 trimestri del 2012 le costituzioni di società italiane sono cresciute del 23,2%, a fronte di un calo dell’1,5% nella nascita di nuove imprese svizzere.

Delocalizzazioni? Non necessariamente. Soprattutto espansioni, come nel caso delle attività, essenzialmente commerciali e logistiche, insediate in Ticino da griffe della moda come Armani, Gucci, Zegna, Versace, The North Face (al fiorire della logistica non solo in Ticino, ma in tutto il territorio confederale, contribuisce il vantaggio offerto dalla Svizzera di funzionare da porto franco per le merci extra Ue, immagazzinate senza pagare tasse doganali prima di essere distribuite nel resto d’Europa). A questo riguardo, c’è chi parla di una nuova “Fashion Valley”, adagiata subito oltre confine tra Stabio e Mendrisio, che avrebbe strappato al nostro paese il primato dei distretti della moda. Ma non sembra così. Di produttivo, al momento, ci sono solo gli stabilimenti di Ermenegildo Zegna, la cui decisione di emigrare oltre frontiera risale ai lontani anni ’70 e alla loro instabilità sociale. Lo stesso grande hub che sorgerà per Gucci su un’area di 320mila metri quadrati a Sant’Antonino, proprio sotto Mendrisio, costituirà il nuovo polo logistico del marchio fiorentino, oggi di proprietà del colosso francese del lusso Ppr, adibito alla gestione, immagazzinamento e commercializzazione delle merci in Europa e in Asia.

Grandi aziende, o piccole e medie imprese, si tratta pur sempre di capitali d’investimento in fuga dal Belpaese. Un fenomeno “che deve far riflettere soprattutto la Lombardia, che con 50.000 lavoratori frontalieri ha tra i suoi più grandi datori di lavoro il Canton Ticino”, dice il segretario generale della Cisl regionale, Gigi Petteni. Ora si spostano anche le imprese. Svizzera uguale nuova Romania? No. “Sono aziende con alto valore aggiunto, non si spostano per il costo del lavoro più basso – conferma Petteni – ma per tutto ciò che riguarda infrastrutturazione, accesso al credito, legalità, burocrazia. E’ urgente un cambiamento di sistema non solo per arrestare l’emorragia, ma per attrarre investimenti. La Lombardia deve scrivere una pagina nuova, per sé e per il Paese. Noi – conclude il dirigente della Cisl – siamo disponibili a fare la nostra parte, con la contrattazione. Ma ci sono altre responsabilità, che sono state disattente verso fattori d’importanza strategica”.

 

Fonte: tradingnostop.com