Vorrei proporvi questo interessante articolo di  Enzo de  Fazio tratto dal giornale on line Muckrakers.

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Questa settimana vorrei fare un esperimento assieme a tutti i lettori: vorrei riportarvi indietro nel tempo, non di secoli o millenni, ma solamente di pochi decenni. Chiudete gli occhi, è quando li riaprirete immaginatevi di essere nel 1950.
Per prima cosa spegnete tutti gli di casa, oltre naturalmente a cellulari, stereo, Tv, e , chiudete anche il gas, e i termosifoni, e buttate via le chiavi dell’auto, ecco ora siete molto vicino a come vivevano gli Italiani in quegli anni.

Passiamo ora all’abitazione: le case del tempo erano profondamente diverse da quelle attuali, naturalmente parlo delle case della gente comune, non certamente delle residenze principesche che esistevano anche al tempo. La casa tipica aveva le mura in pietra di largo spessore, il tetto era costituito da una grossa trave centrale, quasi sempre di castagno, rozzamente squadrato, su cui appoggiavano altri travicelli, del medesimo legno, con listelli posizionati longitudinalmente ad essi su cui erano semplicemente appoggiate le tegole; in alcuni casi, per rendere la parte interna del tetto, meno soggetta a spifferi d’aria, e più piacevole alla vista, si ricorreva a “l’incannicciata”. Questa consisteva in normali canne di fiume, tagliate in senso longitudinale e essiccate, quindi si intrecciavano fra di loro e si inchiodavano sul lato interno di travicelli, detti “costane”, posizionati da parete a parete in senso orizzontale, sopra questa effimera base, veniva applicata uno strato di malta.

Va da sé, che un tetto costruito in questo modo fosse molto soggetto ad infiltrazioni d’acqua durante le forti piogge, bastava infatti che il vento muovesse una tegola, o che un listello si incurvasse, perché l’acqua gocciolasse all’interno, caso tutt’altro che raro, a cui si ovviava con rassegnazione, posizionando un pentolino a raccogliere le gocce.

L’impianto “di riscaldamento centrale” era solitamente costituito da un camino, mentre per cuocere il cibo si usava “il fornello”,  una specie di braciere a due fuochi in muratura dove si posizionava la carbonella, oppure la più moderna “”. Questo aggeggio era una specie di mobiletto in metallo smaltato, e nel suo genere era un piccolo capolavoro: di solito sul lato sinistro era posizionato il “braciere” ovvero il luogo deputato alla combustione della legna. Una griglia in ghisa permetteva alla cenere di scendere in un cassetto al di sotto; la fiamma poteva, a scelta della massaia, essere usata dal “vivo” tramite la semplice rimozione di cerchi di ghisa o, a contatto, poggiando la pentola sopra di essi. Ma le sue funzioni non finivano qui, infatti sul lato destro vi era una caldaia per la produzione di acqua calda, mentre nella parte sottostante vi era un forno per la cottura di torte e arrosti.

Per riscaldare il letto era usato “il prete” questo oggetto era costruito con leggere stecche di legno incurvate, e poteva avere due forme: a cupola o a dondolo, in tutte e due le versioni però era necessario che uno “scaldino” ripieno di carbonella accesa fosse attaccato a l’apposito gancio, prima di mettere il tutto sotto le coltri.

L’acqua potabile era dentro un “bacile” di rame, con un mestolo che tutti usavano portandolo alla bocca, e ributtando nel recipiente l’acqua non bevuta. Non si poteva di certo sprecare, visto che si doveva andare a prenderla in piazza, alla fonte pubblica.

Se poi avevate bisogno del gabinetto, bastava andare nel cortile dove in un casotto, era posizionato una specie di grosso scalino rialzato, di solito in marmo, con al centro un foro, chiuso da un tappo rotondo, in legno o di marmo con un manico metallico, si spostava, ci si accomodava alla “turca” e si espletava il bisogno corporale. Dimenticavo di dirvi di portare un pezzo di carta gialla, visto che il luogo ne sarà certamente sprovvisto, il “luogo comodo” come veniva chiamato al tempo, era naturalmente in uso a tutto il vicinato. Lascio alla fantasia dei lettori come questo posto fosse accogliente, magari in una fredda notte piovosa o in un afoso pomeriggio estivo.

Per il bagno la cosa era più complessa: si doveva prendere molta acqua alla fonte, scaldarla, quindi dopo averla messa nel “concon” ci si poteva lavare; è chiaro che visto la difficoltà delle operazioni, questo “lusso” fosse goduto ogni quindici giorni.

Ma il capolavoro era sicuramente l’impianto elettrico, questo era costruito con due tipologie di fili elettrici: per portare la corrente nei diversi punti della casa si usava la “piattina”, molto simile ad un comune nastrino, aveva i due fili, che poi erano anche le due fasi, posizionati in senso longitudinale, isolati e tenuti separati da circa quattro millimetri di similgomma. Era in questo spazio che venivano piantati i chiodini per tenere la piattina aderente alle travi o alle pareti.

L’altro tipo invece, aveva la forma di una treccia dorata, rivestito di una specie di raso, era utilizzato per i lampadari, ed era tenuto in sede tramite dei piccoli “isolatori” di ceramica, simili a piccolissimi birilli a loro volta inchiodati su travi e pareti. Il “” era costruito in ceramica, ed era praticamente una piccolissima scatola, chiamata comunemente “valvola” dove sul coperchio vi erano fissati con quattro viti, due pezzi di filo di piombo, che in caso di cortocircuito fondevano staccando la corrente.

Al tempo la tensione era di 110 V. e gli impianti tutti esterni, erano facile preda dei roditori, in quegli anni ospiti comunissimi che spesso rosicchiavano la gomma di isolamento provocando dei corti. Per ovviare a questi inconvenienti, molti sostituivano il piombo con il rame ottenendo il risultato che, in caso di cortocircuito, i fili si surriscaldassero fino a provocare dei disastrosi incendi.

I pavimenti erano quasi tutti fatti di comuni mattoni, che almeno una volta all’anno venivano “dipinti” con un apposito colore rosso. Un discorso a parte invece meritano le pareti. Nelle serate estive, il soffitto delle case era letteralmente tappezzato di mosche che, ovviamente, lo usavano anche come gabinetto, così almeno ogni due anni si doveva “imbiancare”.

Questa operazione veniva eseguita sciogliendo della calce viva, in un recipiente, quindi filtrata per togliere impurità, e poi tramite una specie di pompa a mano veniva spruzzata su mura e soffitti. Ma non finiva qui: si aspettava che asciugasse, quindi si scioglieva un poco di “terra di Siena” e si faceva, tutto attorno al pavimento, uno zoccoletto di circa venti centimetri di altezza, poi si cambiava colore, e usando delicatamente un rullo in gomma con motivi floreali, e si passava sulle pareti che venivano così ”affrescate”.

Ma per fortuna il vostro è solamente un sogno, basta riaprire gli occhi per tornare nel nostro tempo, con le sue contraddizioni, ma con tantissime comodità. La prima volta che magari vi arrabbiate perché il cellulare non ha campo, ricordatevi di come vivevano i vostri padri!

Fonte: Muckrakers